Considerazioni sulle note critiche di Lothar Knapp
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di
Alberto Gianquinto
- Sul problema dell’epistemologia
[1]. Importante ricordare che quella che chiami l’opposizione
parola-cosa si configura come conseguenza dell’opposizione poesia-scienza:
è quest’ultima che ha generato una nuova, diversa opposizione parola-cosa:
questa opposizione della poesia è stata vissuta, prima come identità,
poi come relazione senza mediazione e tensione alla cosa; quella della
scienza è nata come mediazione alla cosa attraverso le teorie.
- La poesia è
‘arcaica’ [2,3] nel senso che opera sul rapporto della parola
con la cosa, come se la separazione di parola e cosa (e la riunificazione
loro, operata dalla scienza, attraverso una teoria ‘mediante’),
non fosse mai avvenuta. La poesia non cerca proprietà delle cose
o relazioni in esse e fra esse o classificazioni, attraverso un’epistemologia,
ma cerca immediatamente e direttamente la cosa nel modo stesso in cui
essa agisce sulla immaginazione e sui ricordi. In seconda istanza, si
potrà poi vedere se se ne vuole occupare in termini naturalistici (come
se non fossero oggetti del nostro immaginare e ricordare) o, viceversa,
proprio come immagini e ricordi delle cose stesse.
- ‘Lingua arcaica
[2,3]’ è ellissi e sineddoche insieme: arcaico è l’uso, soppresso
nell’ellissi e, insieme (‘lingua’ per ‘uso della lingua’),
completamento effettivo, nella sineddoche, dal momento che una lingua
credo sia tale solo nel suo uso. Non Heidegger, ma solo forma retorica.
- Non Heidegger
[4], piuttosto empirismo mentale, che non ho appreso da Deleuze,
ma da Minsky e da tutto il dibattito sul rapporto cervello-mente (hardware-software)
per la comprensione e la costruzione di intelligenze artificiali.
- Il punto non è
quello di un rigurgito di platonismo [5] e di costruzione teologizzante:
infatti, parola e immagine sono ‘incommensurabili’ (la prima è
materiale, è uno dei ‘caratteri’ del linguaggio, nel senso di Nelson
Goodman [I linguaggi dell’arte, 1991], come un colore o una
nota musicale; la seconda è il prodotto di un’operazione della mente
in un supporto cerebrale); questo è sufficiente per asserire che non
esiste ‘trascendenza’ della parola all’immagine. Così sarebbe,
se la parola-forma ‘trascendesse’ al suo significato-contenuto;
ma la coppia forma-contenuto, in sé omogenea (in quanto pura coppia
di concetti astratti, filosofici), e quindi teoricamente passibile di
trascendibilità dall’uno all’altro termine, non corrisponde affatto
alla coppia parola-immagine, in sé eterogenea. Per questo ho anche
parlato di ‘pseudo- (o ‘quasi’-) religiosità’.
- L’immagine non
s’impone o non si sovrappone al reale, duplicandolo, come il mondo
platonico [5] delle idee: quelli della realtà e dell’immagine
sono due piani diversi: entrambi sono ‘costruiti’ attraverso i sensi
(all’incirca in senso kantiano), ma il piano delle immagini non si
forma attraverso costruzioni concettuali-categoriali necessarie a parlare
seriamente in qualche modo di ‘realtà’. Credo si possa dire che
l’immagine è il prodotto di un insieme di operazioni (‘agenzie’
direbbe Minsky) sensoriali e d’altro genere, ma assai più semplice
di quello che ‘codifica’ un oggetto come reale-scientifico. Una
parola come ‘tempo’ ha un ‘significato’ ben diverso se si riferisce
al fenomeno nella fisica relativistica o alla poesia di Leopardi: un
eventuale spazio mitico e di utopia qui rintracciabile, non lo è nel
primo caso.
- Mi pare che il mio
‘percorso [6] della poesia’ venga caricato di sensi religiosi
e storico-teologici, che mi sono del tutto estranei: il percorso è
inteso nel senso di un passaggio da un’idea-immagine, da un canovaccio
mentale, che è il contenuto e il significato iniziale, ad una sua strutturazione
sintattica di significazione dell’idea di partenza. La parola o la
struttura di parole che si sceglie a tale scopo è un ‘significante’
che indico come ‘creato dal nulla’ perché non ha precedenti contestuali,
pur essendo la parola o le singole parole della struttura, nell’attuale
contesto, le stesse di altre, cioè quelle codificate nel lessico di
una lingua: per esempio, «m’illumino / d’immenso» sono un ‘significante’
creato dal nulla perché, pur appartenendo le singole parola alla lingua
italiana ordinaria, quel ‘significante’ non ha precedenti ed il
correlato ‘significato’, come immagine ungarettiana, è una sua
personale autentica trovata.
- Non penso ad una
critica della razionalità [9]: al contrario. Ma la poesia fa
quel che vuole e non tocca il razionalismo di fondo della mia visione
del mondo. È la sua struttura linguistica, rilevabile ad un’analisi
immanente, che è a-logica e a-razionale (nel senso che non ha come
suo oggetto logica e razionalità), laddove l’analisi linguistica
su di essa è, se possibile, scienza razionale e logicamente coerente.
- Grosso modo e in
prima approssimazione: l’immagine si dà in una volta, tutta insieme
(salve le sequenze di immagini), come uno ‘spazio [10]’;
non così la costruzione sintattica che la significa, che si articola
nel ‘tempo’. L’interazione è, per così dire, un gioco di rimpallo,
tanto che le parole che cercano di cogliere una certa ‘idea’ hanno
il potere a volte di modificarla in corso d’opera (ripensamenti, ecc.)
e la nuova ‘idea’, continuando a lavorarci sopra, finisce per richiedere
un cambiamento della costruzione di parole fin qui utilizzata. E così
via.
- Sulla tensione
[4] mimetica: non mi risulta di aver usato l’espressione ‘visione
verbale’ in nessuno dei miei scritti in questione. Ma non è questo
il punto, che è invece il termine ‘tensione’ ed è effettivamente
Drang nach, movimento del significante verso il significato; il
quale, essendo latente (obnubilato) in quanto incommensurabile, non
è un ‘dato’, come può esserlo l’oggetto di mimesi nella pittura
realistica di Giotto (comunque stiano le cose, gli uccelli che dialogano
con Francesco sono oggetti della mimesi di Giotto): il significato,
se inteso come immagine giottesca degli uccelli e non come ‘gli uccelli’
reali che Giotto ha ‘ritratto’, diventa incommensurabile e richiede
un ‘movimento verso’, che si rende necessario, però, proprio come
conseguenza della distanza e dell’assenza che l’uccello immaginato
o rimembrato (anche da Giotto) ha, rispetto all’uccello fisico ‘ritratto’
o riproducibile e imitabile.
- Sul critico e la
nuova critica [11]: il punto è che il ‘significato’ del
poeta è prodotto di un’operazione privata della sua mente. La manifestazione
visibile del significato è la sua poesia, come oggetto significante.
Il critico, che non sa nulla dei significati del poeta, ha però come
significato della sua critica la poesia, cioè il ‘significante’
del poeta; e la sua critica è il ‘significante’ della poesia. Penso
alla critica strutturale del testo e poiché l’oggetto (la poesia)
è fisicamente dato, a differenza delle immagini del poeta, l’analisi
rientra nelle possibilità di una scienza (linguistica, filologia, storia
letteraria, ecc.) in cui il ‘testo’ trova un ‘senso’ (entro
un quadro di convenzionalità che è proprio di ogni scienza che si
rispetti), contrariamente a quanti vogliono destrutturare e decontestualizzare
all’infinito, perdendo in definitiva la possibilità di un ‘senso’
nel ‘testo’.
- La distinzione
sartriana [8,12,13] di prosa e poesia nasce dall’istanza
di una letteratura impegnata (contro la sua inefficacia possibile) e
quindi dal bisogno, a tale scopo, di una comunicatività più forte
nella prosa che non nella poesia (e perché mai? Majakovskij era comunicativo
almeno tanto quanto Gorkij, a meno di non credere che la maggiore esplicitabilità
dei concetti nella prosa sia elemento più comunicativo perché più
comprensivo; ma allora perché non un trattato di filosofia o di etica
o di politica?). La parola della prosa diventa in Sartre modo dell’azione,
anche se, come tu hai sottolineato, la distinzione con la poesia sembra
essere solo descrittiva, determinata storicamente e condizionata socialmente.
Aggiungerei solo queste due parole: ‘specialmente oggi’, quando
una letteratura impegnata non è più un ‘obbligo’ etico-politico,
semplicemente a causa della sparizione e della mancanza di un oggetto
‘esistente’, rispetto a cui impegnarsi (anche se si volesse), quindi
a causa della fine per estinzione ed asfissia dell’intellettuale,
tanto organico che cinghia di trasmissione di una struttura sociale
o politica. Voglio dire: la mia ‘scelta’ di impegno necessariamente
individuale è certamente dovuta al riflusso 80/90: il ché vuol dire
che non è neppure una scelta, ma una maledizione di fatto, indipendente
da ogni mia volontà. Ciò non significa affatto che si debba perdere,
con questo, il legame con la realtà storica: questo, direi, è attualmente
il solo stato delle cose e quindi il solo modo d’essere scrittori;
anzi: dove la transavanguardia celebra la neutralità fenomenologica,
io sarei invece per sostenere una poesia che intrinsecamente si colloca
proprio nella storia, cioè tra mito ed utopia, tra passato e futuro,
anche se non posso pretendere che si possa chiedere all’artista un
impegno, quando tutti, ‘compagni’ compresi, se la sono squagliata
nel grande ventre del capitalismo.
- Il problema centrale
e Jakobson [9,11]: conosco troppo poco questo autore per azzardare
una corrispondenza tra paradigma-pensato-semantico-lessicale e sintagma-parlato-sintattico-strutturale,
tra metafora della similarità-selezione e metonimia della associazione-combinazione.
Il tema è affascinante e, se mi resta ancora tempo, dovrò occuparmi
sistematicamente di linguistica generale.
- Una considerazione
sul teatro: il riferimento al rito dionisiaco (e se vuoi ad altre
funzioni religiose) è esplicito proprio perché puramente analogico.
All’arcaicità del mito e del rito dionisiaco, che vale per i miei
scopi come pura analogia, sostituisco l’atto di tensione semantica
e il luogo della interazione dei linguaggi (intermedialità).
- Sull’intermedialità
intendo dire che questa, nel teatro greco era pienamente in atto, ben
prima del teatro totale wagneriano, e che la suddivisione leonardesca
delle arti è il primo (forse) tentativo di individuare i linguaggi
fondamentali delle arti. Quella unità primitiva e religiosa delle arti
credo che sia un dato storico: per lo meno il teatro greco.
- Un punto rimasto
fuori è il problema, risollevato da Luperini, del rapporto tra simbolo
(il generale nel particolare: enunciazione senza pensare e tendere al
generale) e allegoria [7] (il particolare, come esempio,
in vista del generale). Goethe [Massime e riflessioni] individua
in questi termini il tipo di rapporto tra significante e significato:
il simbolo è un segno (significante) ‘incluso’ nell’idea
(significata), parte del tutto che ‘rappresenta’: il simbolo è
sineddoche; l’allegoria è metafora (significante, come esempio del
significato). Goethe considera il simbolo come natura propria della
poesia. Luperini, se non erro, propende per un ‘ritorno’ alla letteratura
allegorica.