Storia di un reintegrato
Regia: Michele Soavi
Attori:
Alessio Boni (Giorgio),
Isabella Ferrari (Flora),
Michele Placido (commissario Anedda),
Carlo Cecchi (avvocato Brianese),
Alina Nedelea(Roberta)
Soggetto: Massimo Carlotto
Sceneggiatura: Michele Soavi, Franco Ferrini, Marco
Colli, Gino Ventriglia, Heidrun Schleef
Fotografia: Gianni Mammolotti
Distribuito da: Mikado
(2006)
«La carogna dell'alligatore galleggiava a
pancia all'aria.
Era stato abbattuto perché aveva iniziato ad
avvicinarsi troppo all'accampamento e nessuno voleva rimetterci un braccio o
una gamba. La puzza dolciastra della decomposizione si mescolava a quella della
selva. La prima capanna distava un centinaio di metri. L'italiano chiacchierava
con Huberto. Avvertì la mia presenza. Si voltò e mi sorrise. Gli strizzai
l'occhio e lui riprese a parlare. Mi portai alle sue spalle, respirai a fondo e
gli sparai alla nuca. Si afflosciò sull'erba. […] Huberto mi prese la pistola,
se la infilò nella cintura e con un cenno del capo mi fece segno di ritornare
al campo. Obbedii anche se avrei voluto rimanere a fissare ancora un po' il
corpo nell'acqua. Non pensavo che sarebbe stato così facile».[1]
…così facile! Dunque, tanto vale ripetersi.
Michele Soavi rappresenta invece la scena iniziale di Arrivederci amore, ciao in un capanno, non all’aperto: dopo l’orrore della carogna alla deriva, subito un senso di claustrofobia, di chiusura al mondo costretta dalle circostanze.
Alcuni fotogrammi lasciano intendere un villaggio, dalle voci si intuisce un Centro America in rivolta. Nel capanno, due soli uomini, italiani, e una radio; scorrono le note di Insieme a te non ci sto più, successo anni sessanta di Caterina Caselli, scritto da Paolo Conte e Vito Pallavicini. Lasciamo correre come licenza cinematografica la radio che capta i segnali italiani da oltreoceano; uno dei due uomini si prepara a farsi fare la barba dall’altro. La radio gracchia: il segnale è intermittente, si sentono altre stazioni. Appena il tempo per un cronista di annunciare la caduta del Muro di Berlino. L’italiano seduto, con la schiuma da barba in faccia, uccide l’altro, suo amico, sparandogli alle spalle, mentre la Caselli canta «Arrivederci amore, ciao…».
La Caselli canterà ancora.
Un film brutto
Un brutto estetico però, intendiamoci: orrore (visivo e soprattutto emotivo) catartico.
La società “bene” dell’Italia terzo-repubblicana, della locomotiva Nord-Est. Quell’Italia che si maschera dietro un perbenismo talmente ipocrita da dover necessariamente destare qualche sospetto, questa Terza Italia è la vera protagonista della riduzione e del libro di Massimo Carlotto. E un ex terrorista di sinistra dei tristi anni di piombo, latitante in Centro America, condannato in contumacia all’ergastolo, ne è l’espressione. Giorgio Pellegrini, questo il nome del personaggio, interpretato da un Alessio Boni semplicemente ottimo, e finalmente libero di esprimersi in quel suo ineliminabile accento del Nord che stonava tanto col romano Matteo Carati (interpretato in La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana). Giorgio vuole tornare in Italia, ha dovuto uccidere il suo amico per pagarsi il foglio di via dal campo dei rivoltosi. Non crede più alla Rivoluzione. Si rivolge ai suoi ex compagni esuli in quella Francia tanto cara ai nostalgici del Maggio: ottiene una testimonianza favorevole al processo che, tornato in Italia e consegnatosi alle autorità, gli procurerà soltanto pochi anni di carcere; e ora, una volta uscito, sogna la riabilitazione.
Un reinserimento nella società civile che paradossalmente
Giorgio deve riconquistare con la forza: cade in un abisso di tradimenti, rapine,
stupri, omicidi. Entra nell’oscuro tunnel della violenza per ritrovare la luce di quella borghesia che in gioventù
aveva combattuto.
Dice lo stesso Boni[2]: «Come il personaggio di Dostoevskij[3], Giorgio vive una dicotomia spaventosa, con la differenza che il russo si punisce, cerca davvero la redenzione e per questo accetta sette anni di lavori forzati, mentre lui non ce la fa. Invece della libertà dalla colpa trova la morte interiore». Anche Giorgio è uno degli uomini eccezionali di Raskòlnikov, ma di fronte alla sconfitta abbandona se stesso; rivuole la sua rispettabilità, la paga col sangue. Degli altri, perché è così che funziona nell’Italia che trova al suo rientro.
Un horror sociale, a sentire lo stesso regista, specialità dello
scrittore Carlotto (vogliamo ricordare le avventure dell’Alligatore, detective
all’americana, o i romanzi-inchiesta sui desaparecidos
argentini, come L’oscura immensità della morte, 2004), che nel suo romanzo, al quale il film sembra essere abbastanza
fedele, dipinge a tinte fosche quell’Italia ancora legata (da un legame quasi affettivo,
verrebbe da pensare) al fantasma di Tangentopoli. L’Italia di cui sopra,
insomma.
Michele Soavi si comporta bene sia come sceneggiatore che come regista.
Riadatta il libro, già di per sé molto cinematografico, ai tempi e alle
esigenze della macchina da presa; i dialoghi, i ritmi delle stesse scene
rispecchiano precisa la direzione noir intrapresa dallo scrittore: «le
immagini e le inquadrature sono in perpetuo movimento perché nel loro divenire
determinano un’inquietudine sempre presente, un’attesa di qualcosa che dovrebbe
definirsi ma rimane sempre in sospeso» dice lo stesso Soavi. Dramma psicologico
del protagonista e, direi, anche dello spettatore che non fatica a entrare nel film di questo reduce da fiction per il piccolo schermo
(Ultimo - La sfida, Uno Bianca: comunque pellicole a
impronta sociale e girate sfruttando un certa dose di tensione). La tensione, insieme a un certo gusto dell’orrido, del nudo
e crudo per così dire, rivela i trascorsi del regista, allievo di Joe
D’Amato e di Dario Argento e vicino al cinema pulp. E sappiamo quanto horror
e pulp, se confezionati bene, tengano attaccati allo schermo. Inoltre è
un genere, l’ormai conclamato noir, che fa tendenza. In letteratura
(Carlo Lucarelli, oltre allo stesso Carlotto) come al cinema (per esempio Romanzo
Criminale, di Michele Placido[4]).
Nella spoglia Latina trasformata in una oscura Treviso Michele Soavi
muove gli attori, che non gli sono da meno: abbiamo già detto di Alessio Boni,
che si lascia dirigere senza rinunciare alla sua (discreta) esperienza e alla
professionalità maturata all’Accademia di Arti Drammatiche; Michele Placido si
diverte a calarsi nel commissario della Digos Anedda, un personaggio cinico,
direi grottesco, che ricorda il Samuel L. Jackson (Pulp Fiction, Le
iene) di Tarantino, tanto per rimanere in tema pulp; splendida,
seppure troppo emaciata, e forte, fa capolino in un ruolo piccolo (Flora, che
costretta a dover pagare in natura a Giorgio un debito contratto dal
marito), che non le rende completamente giustizia, Isabella Ferrari, reduce da
un altro film (Amatemi, 2004) dove, da protagonista però, interpreta un
ruolo di donna altrettanto forte e sensuale.
Drammatici ruoli femminili hanno poco spazio in questa pellicola, fatta
di uomini imbrigliati in affari sporchi, dove le donne non sono ammesse se non
per essere usate (fisicamente, perlopiù). Poco più spazio si prende infatti
Alina Nedelea, nel film Roberta, la donna che sta per sposare Giorgio, o meglio
la donna che Giorgio ha intenzione di sposare per far presa sui giudici, per
dimostrare loro la sua buona condotta e la sua ritrovata onestà, e accelerare
le pratiche di riabilitazione. Una donna usa e getta, come Flora, data
la fine che anche lei irrimediabilmente fa non appena si mette tra Giorgio e la
tanto agognata maturità borghese di lui.
«Arrivederci amore, ciao…»
Nella pellicola di Soavi trova più spazio, grazie alle diverse (non
migliori, solo diverse) possibilità del cinema rispetto alla
letteratura: sistematicamente, ogni volta che Giorgio uccide qualcuno, Soavi
trova il modo di far sentire, come venisse da lontano, come uscisse dalla mente
del protagonista, dall’immaginario dello spettatore stesso, trova il modo di
far cantare «arrivederci amore, ciao» alla Caselli. La prima volta quando uccide
il suo amico nel campo dei guerriglieri centroamericani, lo abbiamo detto, a
inizio film. Si intende tra i gracchi solamente «...arrivederci amore, ciao...» e nient’altro. Poi un flash-back: Giorgio è un ragazzo, sta piazzando
una bomba. È insieme all’amico che lo seguirà in Centro America, l’amico che
ucciderà. La bomba sta per scoppiare. Passa un metronotte, in bicicletta. Non
doveva passare allora: avrebbe dovuto passare più tardi. Il metronotte salta in
aria. Quest’attentato, quest’errore costerà l’ergastolo a Giorgio.
Anche in questo caso il verso torna piano, non ci si accorge, è quasi
un messaggio subliminale. Così fino a quasi tutta la breve storia d’amore con
Roberta, triste epilogo compreso.
È curioso come il pezzo segni ogni occasione di redenzione persa in
luogo di una sempre più brutale riabilitazione giuridica. Perdere l’anima,
piuttosto che il codice fiscale.
E proprio quel verso, e quel titolo pure, si possono leggere come
l’addio rituale di Giorgio all’amore, come un messaggio (e non certo
subliminale): il terrore, la violenza (dimentichiamo soltanto per un momento
l’illegalità) abbrutiscono la persona.
Penso soprattutto a un poeta del nostro secolo (lo dico senza
faziosità, o meglio senza fandom), a una sua opera in particolare, che
ha ispirato il titolo a questo articolo.
Storia di un reintegrato
Storia di un impiegato, capolavoro di Fabrizio de André edito da
BMG Ricordi nel 1973, la vicenda di un piccolo-borghese dei primi anni settanta
che, riascoltando una canzone del Maggio francese (abilmente tradotta in Canzone
del maggio) si trova a riflettere su di sé, i propri valori, il proprio
sentimento prima indefinibile e che poi scopre essere rabbia contro il Potere:
spirito di rivalsa, voglia di rivoluzione, senso di insicurezza e
sfiducia verso gli altri (coloro che conducono la sua stessa lotta) e quindi
individualità sono il filo conduttore di buona parte del disco. Se non
altro fino a Il bombarolo (settimo brano):
...ma ciò
che lo ferì profondamente, nell’orgoglio,
fu
l’immagine di lei che si sporgeva da ogni foglio
lontana dal
ridicolo in cui lo lasciò solo
ma in prima pagina col bombarolo.
La relazione tra le due opere è tutta qua: ogni volta che il Giorgio di Carlotto uccide da il suo addio, il suo arrivederci, all’amore; l’unica cosa che blocca il personaggio deandreano nel suo furore di rivoluzione-vendetta è invece proprio il pensiero all’amore, al suo amore.
Non a caso, nel disco segue Verranno a chiederti del nostro amore, messaggio-confessione spoglio di ogni ipocrisia borghese e di ogni vano romanticismo: «...digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani», quel Potere che è la bomba e che tornando indietro nel nastro si capisce non essere altro che mezzo alternativo dello stesso Potere-Sistema che si vuole combattere (Sogno numero due, quinto brano). Da qui in poi disco e film prendono due strade diverse, speculari ma che, paradossalmente, portano allo stesso punto.
L’impiegato di de André prima capisce di far parte di una borghesia ipocrita e repressiva, vuole combatterla, fallisce e infine (Nella mia ora di libertà, nono e ultimo brano) trova la redenzione nella scoperta della collettività e nella riflessione sul suo stesso iter intellettuale, che si riassume nella strofa, di chiara ispirazione anarchica:
Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.
In carcere ha «visto gente venire sola, e poi insieme verso l’uscita» durante l’ora d’aria, l’ora di libertà: non dice addio all’amore, lo (ri)scopre nella parola insieme.
Giorgio Pellegrini fa il percorso inverso: da militante di sinistra combatte la sua borghesia di destra, rinnega la sua stessa lotta e vende l’anima per essere ammesso a quel ballo mascherato a cui de André fa invece partecipare, simbolicamente, la Bomba. Da Carlotto, e da Soavi che gli fa eco, nessuna redenzione, dunque, cedimento totale al Potere. Il personaggio deandreano scopre solo in carcere che «comandare, obbedire, è tutt’uno», come dice Jean-Paul Sartre[5].
Giorgio Pellegrini al contrario lo accetta, in qualche modo lo subisce.
Continua il filosofo francese: «il più autoritario comanda in nome d’un altro, di un parassita sacro - suo padre -, trasmette le astratte violenze che egli subisce». È facile riportare queste parole a Storia di un impiegato, specie alla parte iniziale (La bomba in testa, o La canzone del padre), dove l’impiegato, “rapito” alla foga rivoluzionaria, scopre quella borghesia negativa (inutile definirla altrimenti) che ora vuole distruggere, a partire da ciò che più la rappresenta: il padre, appunto.
Mi permetto di appuntare, per inciso, che la psicologia (Freud docet) vede nel rapporto padre-figlio una “certa” conflittualità. E ancora in sociologia (visione ormai largamente condivisa) la famiglia ricopre il ruolo centrale di prima agenzia di socializzazione dell’individuo, è considerata addirittura una società in miniatura, per così dire. A riprova che l’arte, per riprendere la filosofia estetica, da Vico fino almeno a Leibniz, arriva sempre prima della scienza.
Il padre è dunque per l’impiegato la borghesia stessa personificata.
Carlotto non fa parola del parente di Giorgio Pellegrini, lo presenta sul finire del suo “viaggio intellettuale”, parallelo e, come già accennato, antitetico a quello dell’impiegato. Ha rinnegato la sua borghesia, è stato bombarolo, ha rinviato più volte il proprio incontro con l’amore e ha vissuto la sua esperienza collettiva, in Centro America; esperienza di un collettivismo distorto, che lo ha arreso definitivamente al Potere: cade il Muro, siamo nell’89.
Per cosa combatte, ora, Giorgio? Per chi? La sua resa contrasta con la presa di coscienza anarchica di de André. Un po’ come la frustrazione che domina tutta la parte finale de I giusti di Albert Camus. Ma i personaggi del dramma si appoggiano, nella loro disperazione, uno all’altra, guardano avanti, per quanto è loro possibile. Giorgio si ripiega su se stesso: rinnega pure i compagni e, solo, si avvia verso la riabilitazione. Senza più paure, rimorsi, senza scrupoli. Oserei dire senza nemmeno più speranza: il suo aggrapparsi all’assoluzione della società “bene” ad ogni costo sembra diventare la sua sola ragione di vita. E questa non è speranza, è giustificazione.
Giorgio non è, per quanto ora se
ne possa credere, un anti-eroe. È forse più una vittima dei rapporti di produzione (per dirla con
Marx) moderni che logorano non solo la coscienza, ma l‘anima stessa delle
persone. Agli inizi del secolo uno studioso[6] (e
non marxista!) paventava l’impoverimento dei rapporti interpersonali a causa
della moneta: tutto si misura in danaro e non si scava oltre. È, Giorgio, il prodotto di una società sempre più
sfiduciata verso le istituzioni, giustizia in testa, e verso il futuro; ed è
preoccupante che ancora, soltanto trent’anni fa, resistevano eroi positivi che,
nonostante gli errori iniziali, erano pronti ad additare alle persone la via
della giustizia, della libertà, della salvezza.
Da questo punto di vista, Arrivederci
amore, ciao è davvero un film nero.
Roberto Inversa
delirio777@virgilio.it
[1] Massimo Carlotto, Arrivederci amore, ciao, e/o edizioni, 2001.
[2] In un articolo di Michele Anselmi, ne il Giornale del 3 aprile 2006.
[3] Si parla, come si sarà intuito, di Raskòlnikov, protagonista di Delitto e castigo: famosa è soprattutto la teoria da lui esposta a più riprese nel romanzo, secondo cui esisterebbero uomini eccezionali che non hanno doveri verso la legge.
[4] Anch’esso tratto da un libro: Giancarlo de Cataldo, Romanzo Criminale, Einaudi Stile Libero, 2006 (seconda edizione).
[5] Jean-Paul Sartre, Le parole, il Saggiatore, 2002 (sesta edizione).
[6] Georg Simmel, La filosofia del denaro, UTET, 1984 o G. Simmel, Il denaro nella cultura moderna, Armando, 1998.
| Titolo: | Storia di un reintegrato |
|---|---|
| Autore: | Roberto Inversa |
| Categoria: | Note e Recensioni |
| Rivista: | Testo e Senso n.7 (2006) |
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Audio: La voce di Roberto Herlitzka legge A proposito della storia di Alberto Gianquinto